domenica 20 gennaio 2019
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zio Matteo

è un pezzo di storia di Porto Pozzo e della peschiera

zio Matteo
Tra le memorie storiche di Santa Teresa Gallura e, ancor meglio, di Porto Pozzo, non poteva mancare zio Matteo. Lo incontro un pomeriggio assolato di luglio nella sua fresca casa nel centro del paese di Porto Pozzo dove vive con la moglie. Mi attende all’appuntamento stazionando davanti casa, con lui la figlia Piera che ha caldeggiato questo incontro al quale non ha voluto mancare.
Matteo Pirodda, zio Matteo per tutti, è un signore dal viso bonario, dal sorriso facile, una di quelle persone che istintivamente ispirano simpatia, con le quali ti siedi molto volentieri al tavolo per chiacchierare.
E in questo caso soprattutto ad ascoltare le tante storie che zio Matteo ha in serbo di raccontare. Gli spiego che questa amatoriale intervista sarebbe stata ripresa nella App STG Turismo, mostrandogli lo smartphone. Mi guarda perplesso, volge lo sguardo verso la figlia che siede al suo fianco, poi rivolgendosi di nuovo a me sorride e sospira “non so, mi fido di voi… sa, non sono cose per me…”.

Zio Matteo nasce ad Aggius e rimane orfano molto piccolo, all’età di soli 6 anni, ma sorvola su quel periodo per giungere ai tempi di Porto Pozzo, del suo mare, della sua barca.
Di quella barca con la quale usciva per circumnavigare la Sardegna e la Corsica, per approvvigionarsi pesce. Racconta che “appena faceva giorno ci imbarcavamo, facevamo tappa nello stretto di Bonifacio per la prima pescata, poi Bastia e via via tappe per una settimana per tornare carichi di pesce presi a traina, si sentiva tirare forte - e sorride - dentici grossi così…”.
Parla del sig. Benassi, il proprietario della Peschiera di Porto Pozzo per la quale lavorava zio Matteo, con grande rispetto e con il ricordo di una persona che ha rappresentato un momento molto importante della sua vita. “Quando c’è bonaccia tieniti pronto mi diceva Benassi, che si parte…”. Ed erano uscite frequenti che lo portavano a stare fuori per mare, giorni e giorni, e poi “tornavamo carichi di pesce ed era una festa - spiega zio Matteo - tanto andava in beneficenza, altro era diviso con amici e famiglie con le quali poi capitava di fare banchettate dove c’erano decine e decine di persone, per momenti di grande allegria, di festa…”.
Gli chiedo come mai non veniva commercializzato tutto quel pesce, visto che avrebbe portato ulteriori guadagno all’azienda per la quale lavorava. “Il sig. Benassi voleva così - dice orgoglioso - che si distribuisse tra la gente che in quel periodo non stava così tanto bene economicamente, c’era tanta povertà, si usciva dalla guerra…”.

Pare di capire fosse anche un modo, per questo imprenditore genovese, per affrancarsi la popolazione locale, per ingraziarsi a quella gente. E non gli era risultato comunque difficile, come racconta zio Matteo, visto il buon cuore di questo sig. Benassi.
Racconta di tanti amici anche in Corsica conquistati con un bel bottiglione di Vermentino di Gallura “perché anche là - spiega zio Matteo - era bene averci buoni contatti…”. In quel momento la figlia mostra un libro di foto che riprendono momenti di festa, sgualcite bellissime immagini in bianco e nero che narrano di fratellanza, di gioia, tra bicchieri che si portano alti in suggello di buone intese e di amicizia.
Mi sfuggiva quale fosse l’interesse economico dell’azienda se tutto quel pesce se ne andava tra beneficenza e feste, ma ecco che zio Matteo sembra leggermi negli occhi e puntualizza “il sig. Benassi con la peschiera aveva pesce fresco in quantità, era quello il suo mercato, pesce che raggiungeva i mercati più importanti…”.
Era tantissimo il pesce che veniva veicolato nella peschiera, attraverso un sistema perfetto e naturale che aveva fatto di quello specchio d’acqua una grande risorsa economica.
Nel periodo freddo, quando non si poteva andare per mare, zio Matteo curava le ville di Capo Testa “un villaggio che era di proprietà del sig. Benassi - e del sig. Pesenti puntualizza la figlia che interviene - una struttura che c’è ancora” precisa. Accenna a zia Colomba con la quale c’era un buon rapporto “eravamo di casa - dice zio Matteo - con mio fratello Tinuccio” che ricorda con simpatia e un po’ di malinconia.

Ogni tanto la figlia mi passa tra le mani foto che riprendono il babbo che esibisce orgoglioso enormi prede frutto della pesca. Arriva nel frattempo la moglie che mi si avvicina e si presenta stringendomi la mano “piacere Roberto, piacere Elena” e si siede vicino a zio Matteo, sulla poltrona al suo fianco…..
La chiacchierata è fluida, piacevole, ricca di eventi, di momenti, di persone. Parla anche di Pancrazio Mannoni “il primo albergo ristorante è stato il suo - afferma zio Matteo - lo aveva vicino al mare… noi, io e mia moglie, eravamo spesso lì, perché - dice, sempre con il sorriso che risplende in viso - noi ce la cavavamo anche in cucina…”.
Lo aveva ben predetto a Pancrazio cosa sarebbe diventato Porto Pozzo, quando ancora erano poche case, poche e povere persone, ma che aveva tutto quanto serviva per farne un’importante meta turistica, quella che oggi è.
“Poteva essere ben di più Porto Pozzo - interviene la figlia - per la sua posizione, per le insenature naturali, la stessa peschiera… ed era qui che facevano tappa le tante persone che venivano da Tempio e dai paesi dell’entroterra, feste e serate erano all’ordine del giorno nel periodo estivo, erano gli anni sessanta settanta…”. Ricorda che questa costa era meta di molti personaggi dello sport e dello spettacolo, che Mike Bongiorno voleva zio Matteo capitano della sua barca per la capacità di andare per mare e la conoscenza di questi luoghi.

“Sai cosa succedeva? - mi dice zio Matteo - bastava poco per stupire gli ospiti che venivano a trovarci… come quella volta che, indicando un mucchio di pietre, faccio notare che era la banchina di Giuseppe Garibaldi!…”. Ride divertito nel raccontarmi che in pochi secondi c’erano decine di macchine fotografiche che scattavano foto all’impazzata.
Ricorda poi della figlia di Gian Maria Volontè portata in giro con il chiattino da zio Matteo perché interessata a girare un cortometraggio sulla morte di un contrabbandiere avvenuta in questo borgo. Poi accenna ad “un pescatore venuto da Sant’Antioco” molto bravo con la fiocina che fu compagno di lavoro per un certo tempo, uno dei tanti che aveva imparato ad amare quel tratto di mare e con il quale aveva diviso battute di caccia memorabili.
Tante storie, tante persone, la pesca e le tante uscite per mare, con il motoscafo prima, con la sua barca poi, l’acqua salata, le onde e l’orizzonte che era l’immagine più presente nei suoi occhi giovani di quei tempi, ancora oggi vispi e pieni di quei momenti che lo fanno sentire ancora felice, gioioso per una vita vissuta pienamente, per la gente che ha incontrato sul suo cammino, per i sorrisi che ha ricevuto e che ha regalato.

Porto Pozzo dice che ha saputo mantenersi ancora bene, per qualche ragione, fortuna o destino, quasi intatta, salvata dalla grande cementificazione che ha deturpato tanti splendidi luoghi e che, invece qui, non è arrivata così invasiva, potendo quindi offrirsi quasi come un tempo, discreta, semplice, piacevole e rilassante anche nei periodi più “caldi”.
La figlia racconta di quando papà e mamma si conobbero, lei di Alghero, splendida cittadina antica ricca di emergenze storiche che ne fanno una delle più belle mete turistiche della Sardegna. Per questo chiedo a zio Matteo se non ha mai pensato di trasferirsi là dove la moglie è cresciuta e ha vissuto, ma proprio lei interviene stoppandomi definitivamente e con un senso di totale rassegnazione “…andare via da Porto Pozzo? Mio marito mai lascerà questo paese… quante volte ho chiesto, avrei voluto… niente da fare, lui da qui non se ne andrà mai…”. Ma non è finita, Elena rincara la dose sottolineando che “quando ci siamo sposati - si alza in piedi per dare maggiore forza all’affermazione che vuole esprimere - dopo un po’ gli ho chiesto se aveva sposato me o la barca… perché sempre con la barca, sempre parlando della barca…”. E zio Matteo, che ascolta la moglie con un sorriso furbetto ma uno sguardo pieno di riconoscenza per Elena, per una vita trascorsa insieme; si gira verso di me con il viso illuminato dai ricordi, mi guarda e mi strizza l’occhio come per dire “…eh no, mi spiace, ma non sono così matto a lasciare questo posto, a venire via da Porto Pozzo…”.

E come non si può stare dalla sua parte! E anche la moglie Elena, sicuramente dentro di sé, avrà ben chiaro il motivo che impedisce a zio Matteo di lasciare Porto Pozzo. E forse credo di averlo capito anch’io… perché zio Matteo è la storia di questo paese, è il suo mare, la sua peschiera. Perché zio Matteo e Porto Pozzo sono fisicamente inseparabili, da sempre legati in una sorta di simbiosi, uniti da un filo invisibile ma indistruttibile. Per poter continuare ad essere così, sorridente, solare, forte.
Siamo tutti con te, zio Matteo.
Grazie per l’esempio che hai saputo insegnare, per l’amore che hai profuso a piene mani, per questa terra, per il suo mare, per un angolo di Sardegna che è diventata famosa ed ambita in tutto il mondo anche grazie a te e a quelli come te, con il tuo messaggio e la tua passione che ha saputo cavalcare le onde, travalicare alpi, percorrere strade per raggiungere altri paesi, continenti, genti e popoli lontani che sono oggi la risorsa di questo piccolo, splendido vecchio borgo di mare.

 
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